
Come passa il tempo. Saranno stati 5 o forse 6 anni fa che mi iscrissi all’università.
Al quel tempo ero convinto che avrei spaccato tutto, che sarei stato il migliore, che il mondo era in mano mia. Al quel tempo ero eccitato ogni mattina, perchè mi alzavo presto per andare in facoltà a seguire i corsi, a partecipare alle lezioni, a confrontarmi con gli altri, e, perchè no, a non vedere l’ora di fare esami per dimostrare – a chi poi? – che valevo. Che un cazzo di numero sul mio ora logoro libretto universitario potesse fare di me una persona migliore.
Per carità. Era il mio scopo di vita collezionare materie.
E d’un tratto capii che il pensare è per gli stupidi, mentre i cervelluti si affidano all’ispirazione.
Si. Mi ritengo un cervelluto, un superiore, uno che sa tutto. Ed in effetti forse, nel mio campo, potrei anche azzardare di dire di esserlo. Per carità, non _so_tutto_ nel senso letterale del termine. Ma mi reputo uno che capisce le cose. Forse troppo velocemente. Di quella velocità che mi rende magari un po’ superficiale, che mi fa tendere ad improvvisare tutto. Spesso mi riesce. A volte no.
E questo non avere sempre successo mi crea paura. E la paura mi fotte.
Tutto questo per dire cosa? Semplicemente che fare esami all’università mi sembra, ora, una cosa insormontabile, una lotta contro il professore di turno, per dimostrare non che si ha studiato o si ragioni, ma che si ha avuto la stupidità di essere riuscito ad imparare – a memoria ? – quelle cose che lostesso vuole sentirsi ripetere all’esame per beccarsi la materia.
Ed io non lo so fare più. E mi incazzo.
