Basta. Vattene via dannato ventottodicembreduemilacinque, portati i tuoi fottutissimi problemi all’inferno.
Da domani si rinizia da ieri.
…bho’… inizio a credere che le malanove e le iettature esistano veramente.
non puo’ essere che dal nulla stia succedendo tutto questo.
non e’ giusto.
non puo’ andare cosi’.
“Lay beside me, tell me what they’ve done
Speak the words I want to hear, to make my demons run
The door is locked now, but it’s open if you’re true
If you can understand the me, than I can understand the you.
[...]
What I’ve felt, what I’ve known
Sick and tired, I stand alone
Could you be there?, ’cause I’m the one who waits for you
Or are you unforgiven too?”
…non so perche’, ma sapevo che stasera qualcosa sarebbe andato storto. sapevo che questa non era una buona serata.
Lo sapevo. Lo giuro.
Lo sapevo prima di uscire di casa, lo sapevo prima di uscire di pomeriggio, lo sapevo prima di andare a dormire dopo pranzo.
Forse dovrei dare piu’ importanza alle mie premonizioni.
Mi piace troppo parlare con lei, guardarla negli occhi mentre le racconto i miei pensieri.
Mi piace troppo sapere che non sto parlando con un ebete e che capisce quasi tutto quello che dico..
..e mi piace ogni tanto anche fare il “dotto”, giusto per farmi prendre in giro per il mio fare.
Ho sempre odiato questo posto. Odiato la citta’, odiato i cittadini, odiato il traffico e l’incivilta’ dei buddaci, odiato lo stare in casa con i miei, odiato chi mi circonda,
…odiato tutto e tutti tanto da essere quasi ad un passo dal fare le valige (con la i o senza?!?!), uscire dal portone di casa e non tornare piu’ in questo posto che di mio ha solo il nome all’ufficio dell’anagrafe.
..ma ultimamente e’ entrata lei nella mia vita. e questo ha un po’ scombussolato i miei piani. Non pensavo potesse esistere una persona così in questa citta’, che mi facesse ripensare ai miei progetti di fuga…
forse dovrei partire lo stesso, … e portarla via con me, in canada.
eh si. magari.
penso sia uno dei miei tanti sogni irrealizzabili, come quello del motociclista col giubotto di pelle, o quello di lavorare alla Apple.
Ricordo esattamente quel momento. Eravamo a Rometta superiore, su una panchina..erano le 4 meno dieci dell 30 Ottobre. C’era un sole tremendo, alle spalle. L’aria era ferma, non c’era un alito di vento e la temperatura era mite.
Lei è alla mia destra, i suoi grandi e sinceri occhi castani sono semichiusi, un po’ stressati dal sole invernale, un po’ simbolo del lauto pranzo appena fatto…le mani si stringono tra loro, pesanti sulle gambe incrociate, rivolte nella direzione della mia persona. Quand’ecco che lenta e sicura la sua testa si appoggia alla mia spalla, e subito il mio antimancino avvolgerla in un abbraccio, che avrei voluto non finesse mai. Ogni tanto una carezza accompagnata da un sorriso fa capolino sul suo ego…
